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Si accusa del delitto, il testimone lo salva: «Non è l’assassino»

Un mitomane, solo un mitomane che con Stefano Leo non aveva mai avuto nulla a che fare: non lo conosceva, non lo aveva mai neppure incontrato. Dell’omicidio del commesso 34enne di origine biellese aveva letto qualche articolo sui giornali, «ma aveva seguito tutte le trasmissioni televisive che parlavano del delitto». Tanto è bastato al mitomane per reincarnarsi nel ruolo del killer e presentarsi ai carabinieri per confessare: «Sono stato io a sgozzare Stefano Leo e ora vi spiego come ho fatto».

Andrea (il nome è di fantasia, perché le sue generalità non sono state rese note da carabinieri e procura), ha circa trent’anni, vive a Torino e ha tenuto in scacco per circa dieci ore carabinieri e tre magistrati, ma alla fine è stato smascherato. In verità, fin da subito gli investigatori avevano rilevato un evidente squilibrio nella personalità dell’uomo: «Io parlo con Dio, seguo il suo cammino», era stato l’inquietante intercalare di Andrea, ma di fronte ad una confessione gli inquirenti hanno dovuto approfondire ogni dettaglio del racconto, fino all’accertamento della «menzogna al di là di ogni ragionevole dubbio».

Ora Andrea si trova ricoverato sotto osservazione nel reparto psichiatrico di un ospedale della città e per i suoi deliri è stato anche denunciato e dovrà rispondere dell’accusa di auto calunnia, un reato che prevede la pena massima in tre anni di reclusione. «Stefano Leo l’ho colpito così…», ha detto l’uomo mimando il gesto e volteggiando il braccio in aria. Il primo errore, perché le risultanze peritali hanno evidenziato una tecnica di accoltellamento completamente diversa da quella descritta da Andrea. «Del pugnale me ne sono disfatto solo qualche giorno fa, l’ho ripulito e gettato trai rifiuti in periferia».

Poi ha indicato il luogo, ma i carabinieri che giovedì pomeriggio hanno cercato a lungo l’arma, non l’hanno trovata, così come a casa di Andrea non hanno rilevato nulla che potesse, direttamente o meno, ricondurre l’uomo a Stefano Leo e alla sua uccisione. «Andrea è malato, molto malato e credo che le medicine che prende in questo periodo, compresi alcuni antibiotici – ha spiegato una parente -, possano avergli provocato una crisi». Non certo la prima, ma l’ennesima di una lunga serie. Anche i parenti dell’uomo che giovedì sera hanno atteso per ore la fine dell’interrogatorio, sono stati sentiti dai carabinieri e hanno confermato i disagi psichici e fisici sofferti da Andrea.

Dopo la baldanza delle prime ore di interrogatorio, dopo i richiami a «un’entità superiore che guida la sua mano», dopo aver percorso avanti e indietro, più volte, il momento del delitto che lui diceva d’aver commesso, Andrea è crollato, ma senza mai ritrattare una confessione incredibile. Verso sera le parole sono venute meno, sugli occhi dell’uomo è calata la nebbia che ha coperto il «sentiero indicato da Dio», i silenzi si sono moltiplicati, lo sguardo assente ha evidenziato uno stato di malessere profondo. Troppe le contraddizioni, nessun riscontro e il testimone che ai Murazzi ha visto il killer in volto e che giovedì notte era stato convocato in caserma ha pronunciato l’ultima parola: «Non è lui. Ne sono certo».




Fonte: cronacaqui.it

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