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Quei soldi dentro i sacchi Caccia al tesoro degli Inzerillo

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PALERMO – “Poi che fanno controllano il business?”, chiedeva preoccupato Simone Zito al figlio Christian. Che lo tranquillizzava. È vero, i poliziotti all’imbarco dell’aeroporto di New York, li avevano fermati per un controllo, ma nulla c’era da temere. Dall’analisi delle carte di credito gli investigatori non sarebbero risaliti ai loro affari: “… che ci devono capire”.

Ed invece il controllo è inserito nenuovo capitolo investigativo che parte da Palermo e approda negli Stati Uniti dove gli scappati – le famiglie Gambino e Inzerillo – hanno costruito una fortuna. Gli Zito sono considerati i depositari di alcuni dei segreti economici dei boss scampati alla mattanza corleonese degli anni Ottanta. Da due giorni gli Zito, ma anche Tommaso e Francesco Inzerillo, sono in carcere.

Finora si è scoperto che dagli Stati Uniti sono stati spediti soldi a Palermo per aprire ristoranti, ingrossi di prodotti alimentari, agenzie di scommesse e imprese agricole. Ma è oltreoceano che la caccia si fa grossa. C’è ancora da scovare il tesoro che Totuccio Inzerillo aveva fatto in tempo a investire prima di essere crivellato di colpi.

Suo cugino, Tommaso Inzerillo, il 3 gennaio 2018, ne parlava con Zito senior: “… quando qua arrivavano, tutti i soldi… però, erano, là sopra i sacchi, arrivava mio cugino… ‘deve venire quello, dagli cinquecento… viene quell’altro e dice, dagli un milione’”.

Dove sono finiti i soldi? In parte riciclati a Palermo, in parte in America dove gli Zito si sono lanciati nel business della ristorazione. A Philadelphia, ad esempio, nel gennaio dell’anno scorso hanno inaugurato il locale “Dolce & Caffè”. Ma sono anche titolari di “Joe’s pizza”, locale storico visto che alla società titolare della pizzeria era intestata l’autovettura nel cui bagagliaio, il 15 gennaio 1982, fu rinvenuto il cadavere di Pietro Inzerillo, fratello di Totuccio e Francesco.

Sono stati l’appartenenza mafiosa e gli affari a cementificare i rapporti con Thomas Gambino, pure lui arrestato ieri, e Frank Calì, il boss assassinato lo scorso marzo. Un omicidio che gettò nel panico Tommaso Inzerillo prima che si scoprisse che il killer aveva agito per questioni sentimentali. Inzerillo ha temuto che fosse l’inizio di una faida: “… però questo dubbio ce lo dobbiamo levare, il più presto possibile… chiedere prima che gli faccio il biglietto, glielo faccio andare… mi devo levare questo dubbio perché… o no? Mica possiamo stare con questi…”.

Calì è sempre stato generoso con gli amici siciliani. A Giuseppe Spatola, altro fermato dai poliziotti della squadra mobile su ordine della Dda di Palermo, aveva regalato un orologio con brillanti, diecimila dollari in contanti e, in tempi più recenti,  diciottomila euro per comprare i mobili di casa.

Le tensioni si placarono quando fu arrestato l’assassino del boss. È stato un giovane, Anthony Comello, ad investirlo davanti alla villa di Stane Island perché Calì non aveva dato il benestante alla relazione tra il ventiquattrenne e la nipote, figlia del fratello del boss.

A Palermo si erano vissuti momenti di tensione. Finalmente Tommaso Inzerillo, seppure piangendo la morte dell’amico boss, poteva tirare un sospiro di sollievo: “… me lo doveva mandare a dire?… come è morto Frankì… capito?”.

Il cimiero per il funerale di Calì, così dicevano le mogli dei boss arrestati ieri, era pieno di sbirri. Gli Inzerillo e gli altri scappati hanno fatto fortuna negli Stati Uniti. La caccia è grossa.

 

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Fonte: livesicilia.it

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