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Ponte Morandi, fuori dalla zona rossa: «Esistiamo anche noi»

Passati 178 giorni da quel tragico 14 agosto, in cui un improvviso boato tolse il respiro a Genova e per un attimo a tutto il mondo, il primo pezzo dei resti di Ponte Morandi, il moncone Ovest come lo chiamano i tecnici, è stato smontato ed è cominciata la demolizione. Uno «spettacolo» alla presenza delle autorità che hanno espresso la loro grande soddisfazione e che ha attirato moltissimi curiosi alla ricerca delle prime file per osservare l’abbattimento di quel viadotto che si è inghiottito la vita di 43 persone.

«A inizio 2020 il nuovo ponte sarà inaugurato e percorribile» ha detto il ministro delle Infrastrutture Toninelli davanti al cantiere e «oggi inizia il rilancio e il riscatto di Genova» ha dichiarato il presidente del Consiglio Conte. Ma queste frasi di soddisfazione si scontrano con l’amarezza di quei cittadini che col crollo hanno perso molto, ma ancora non hanno capito, o meglio non gli è stato detto come potranno andare avanti.

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Si tratta di circa trecento famiglie, residenti qualche metro vicino alla cosiddetta «zona rossa», nella parte Est tra via Capello, via Fillak, via Campi e via Porro, che pur subendo gli enormi disagi del vivere accanto alle zone di demolizione e ricostruzione del ponte, sono state escluse al momento da qualunque indennizzo: «Non mi piace chiamarlo così – ci dice Fabrizio Belotti residente e presidente del “Comitato Abitanti Ai Confini Della Zona Rossa” – è una parola fredda, legislativa, che non rispecchia né rispetta ciò di cui abbiamo bisogno. Chiamiamolo “contributo per il disagio”, perché è esattamente quello che ci serve. Un contributo per poterci spostare da qui, almeno fino alla fine dei lavori».

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Invisibili, dimenticati, abbandonati? «Sia chiaro – continua Belotti – il nostro disappunto non è nei confronti delle istituzioni locali, le quali hanno lavorato bene, la nostra delusione è nei confronti del Governo, che ancora oggi, non ci ha dato risposte precise. Le nostre vie stanno morendo, le case che abitiamo non hanno più nessun valore, gran parte delle attività commerciali soffrono e ormai spesso chiudono». 

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I rapporti con il commissario-sindaco sono buoni: «Che posso dirle, con Bucci ci incontriamo ogni 15 giorni, discutiamo e le rassicurazioni arrivano ogni volta. La sua idea, per dare ai residenti una cifra che permetta loro, eventualmente, di trasferirsi altrove per tutta la durata dei lavori, è di intervenire economicamente come struttura commissariale. Ottimo, ora però ci serve che dalle parole si passi ai fatti. Ci servono risposte e atti concreti».

Un fatto positivo c’è, però: «La creazione di due osservatori, uno sulla demolizione e uno sulla ricostruzione e riqualificazione che monitorino inquinamento acustico, amianto e polveri sottili. Salute e ambiente non possono essere un elemento secondario. In quella zona ci vivono anche dei bambini».

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Fonte: vanityfair.it

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