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Libia, che cosa sta succedendo a Tripoli e nel resto del paese?

È una battaglia per il controllo di Tripoli che è una guerra per il predominio nel paese quella che si sta combattendo in Libia. Solo nel fine settimana ci sono state più di trenta vittime e decine di feriti. È caduto nel vuoto l’appello dell’Onu per due ore di cessate il fuoco umanitario per allontanare civili e feriti dalla periferia Sud della capitale, ora si combatte a una decina di chilometri a Est della città. A Tripoli, le scuole resteranno chiuse per tutta la settimana e gli abitanti stanno facendo scorte di benzina e prodotti di prima necessità.

CHI SI SCONTRA
Sono il premier, Fayez al-Sarraj, riconosciuto dalla comunità internazionale, e il generale Khalifa Haftar a guidare i due schieramenti opposti all’interno del Paese. Le forze del generale Haftar puntano ancora una volta verso la capitale. Il governo riconosciuto lo accusa di tradimento e tentato golpe.

Come ha detto il premier Conte non è un fulmine a ciel sereno, il paese non si è mai stabilizzato dopo la caduta di Gheddafi e già nello scorso settembre lo scontro era aperto fra le due fazioni. Il generale Haftar, l’uomo che comanda sulla Cirenaica, ha accanto Arabia Saudita, Emirato Arabi (ora silenti, ma economicamente rilevanti) ed Egitto e avrebbe avuto, almeno in passato la Francia come sostenitore, mentre la Russia ora chiede una soluzione politica. Sarraj è invece a capo della coalizione di unità nazionale e ha dichiarato: «Abbiamo teso le nostre mani verso la pace, ma dopo l’aggressione da parte delle forze di Haftar e la sua dichiarazione di guerra contro le nostre città e la nostra capitale non troverà nient’altro che forza e fermezza».

VULCANO DI RABBIA
La risposta a una dichiarazione di guerra è un’operazione militare chiamata «Vulcano di rabbia». Sarraj affronta Haftar con l’aiuto degli uomini di Bunian al Marsus, la coalizione di milizie che nel 2017 ha sconfitto l’Isis a Sirte. Il contrattacco è stato lanciato verso il distretto di Giofra. Qui si trovano le forze dell’autoproclamato Esercito nazionale libico, guidato da Haftar. Le forze del generale sono stato bombardate dall’aviazione governativa nella zona dell’aeroporto internazionale di Tripoli, chiuso nel 2014, e a Wadi Rabea. Il generale ha risposto bombardando Naqliya camp, sulla strada dell’aeroporto.

L’ITALIA E IL RESTO DEL MONDO
Il premier Giuseppe Conte ha parlato della situazione in Libia a margine del Vinitaly chiedendo di scongiurare la guerra. «La Libia è un dossier che seguo personalmente da tempo, già nella conferenza di Palermo si era evidenziata l’esigenza di prevenire l’escalation di violenza. Adesso si sta manifestando. Confido che il generale Haftar, col quale sono costantemente in contatto, voglia evitare bagni di sangue». Per i ministri degli Esteri del G7 «non esiste una soluzione militare». Gli Usa hanno richiamato un proprio contingente dalla Libia. L’inviato Onu per la Libia, Ghassan Salamé, ha confermato la Conferenza nazionale sulla Libia in programma dal 14 al 16 aprile a Ghadames, nel sud-ovest del Paese. Per l’Italia la questione è economica (i legami sono decine in particolare nel settore petrolifero), ma anche collegata agli sbarchi dei migranti.

L’ANALISI
Scrive Arturo Varvelli sul sito Ispi, Istituto per gli studi di politica internazionale: «È probabile che alla fine Khalifa Haftar si prenderà la Libia, ma il suo obiettivo è entrare nella capitale come salvatore della patria contando sul supporto di una popolazione stanca del caos e su capi miliziani con la pancia troppo piena per voler combattere. Non si tratta di uno scontro ideologico: le milizie raramente sono portatrici di una visione ideologica e in questo momento, peraltro, lo sono forse maggiormente alcune milizie salafite “makdalis” che operano all’interno del presunto esercito nazionale di Haftar (LNA) e che sono seguaci di un predicatore saudita. In generale prevalgono certamente interessi opportunistici ed è probabilmente ciò su cui punta Haftar: esercitare un potere di deterrenza tale da attirare a sé, o almeno nel campo della neutralità, diversi gruppi armati della capitale».

Come già fatto in passato Haftar partecipa ai negoziati, ma alla fine lotta sul campo. Anche perché la comunità internazionale è restia a un intervento diretto e mantiene un appoggio formale al governo di Fayez Serraj. «Haftar ha due vincoli: non dispone (ancora) di una forza militare così soverchiante per prendere militarmente la capitale; ma soprattutto, se vuole conservare una legittimità, interna e internazionale, non può permettersi un bagno di sangue. I tempi per un suo ingresso non appaiono ancora maturi. Finché Misurata, che dispone di uno spirito identitario da “città-stato”, difende la capitale, l’ingresso del generale resta difficile».

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Fonte: vanityfair.it

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