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Il malore improvviso, la caduta sull'asfalto. E poi arrivano gli angeli del 118

L’uomo per terra è stempiato e ha una barba bianca incolta. Sulla cinquantina, cardiopatico, si verrà a sapere. Non sembra muoversi, e tutti temono il peggio. Però, ogni tanto ha un sussulto, la pancia nuda che s’intravede dalla maglietta sollevata, si gonfia ritmicamente e suggerisce un respiro. L’attaccamento violento alla vita di chi ha deciso nell’inconscio che non deve andarsene. No, non è il momento.

I medici e gli infermieri si affannano. Una flebo stretta in una mano e, sul petto, un colpo dietro l’altro sul petto, un colpo dietro l’altro, un altro ancora e ancora, ancora, ancora e poi ancora. Il massaggio cardiaco è infinito, dura almeno mezzora, ma il tempo si dilata e sembra sfiorare l’eternità.

Intorno, un folto capannello di passanti osserva in religioso silenzio e ogni tanto qualcuno sussurra: “Si sta riprendendo, forza”. Si forma una coda di automobili e bus. E, intanto, i sanitari spingono, e spingono, danno scosse a quel cuore malandato, lo sollecitano. Le braccia in tensione, i gomiti ad angolo verso l’esterno che si alzano e si abbassano come crick impazziti. Sembrano rudi, a verdersi, ma è un’altra forma di dolcezza. I loro volti non tradiscono emozioni – le emozioni non sono concesse, si deve procedere come una macchina -, ma dentro deve essere un terremoto. Il solito terremoto di ogni giorno, davanti a una vita appesa a un filo in sospensione. Dannazione, cuore, batti, su. Batti.  

Solo che questa volta succede tutto alle 20 di sera in viale della Libertà, a Lecce, davanti a una già folta platea che si nutre ogni istante di più. Perché da lì ci passa mezza città, ogni giorno. E così, ci troviamo a passare anche noi, questa volta per puro caso e non per la soffiata di una fonte, e diventiamo parte di quel pubblico che osserva. Osserva e spera nel miracolo. Che miracolo, poi, non è, ma competenza e professionalità di operatori che tacitamente vegliano sulle nostre vite. “Sono stati molto tempestivi”, ci confida una donna. “Sono arrivati subito”.

C’è un’ambulanza in mezzo alla via con una lettiga pronta ad accogliere l’uomo, e c’è un’automedica nelle vicinanze. C’è anche una pattuglia dei carabinieri, e un militare ogni tanto afferra il cellulare e parla forse con un suo superiore, lo aggiorna, gli spiega come sta procedendo. Ci sono gli agenti di polizia locale a deviare il traffico. Si fanno più o meno le 20,30 quando, all’improvviso, la scena cambia. Si può andare, i ragazzi l’hanno ripreso. Molti forse non ci credevano che ce l’avrebbero fatta, ma tutti ci speravano. Ma, sì, i ragazzi l’hanno ripreso.

E allora, ecco che spunta una barella, l’uomo viene imbracato e trasferito a bordo. “Attenti, fate attenzione”, urla un operatore mentre chiude il portellone. Si solleva nell’aria il suono prepotente della sirena. Si parte in codice rosso, destinazione pronto soccorso.

Sembra quasi il copione di un film, dove ogni scena è già scritta. L’ambulanza è appena ripartita, quando arriva la compagna dell’uomo. Un ragazzo giunto nel frattempo ha riconosciuto quel volto e l’ha avvisata per telefono. Grazie a due testimoni, poi, un uomo e una donna, si ricostruisce per sommi capi l’evento. L’uomo era appena uscito dalla tabaccheria e aveva raggiunto la sua auto parcheggiata accanto al marciapiede opposto, quando, all’improvviso, è scivolato sull’asfalto come un pugile colpito alla sprovvista da un gancio micidiale, aggrappandosi al cofano per pochi istanti come fossero le corde del ring, prima di franare.

Un malore improvviso, arrivato disonesto e subdolo quasi in mezzo alla via. La pelle di uno spaventoso colore violaceo, sono partite subito le richieste d’intervento, si è avvicinato anche un medico di passaggio.

E, intanto, la donna, i lineamenti del viso deformati dalla tensione, avvisa i carabinieri che il compagno è cardiopatico, vuole ripartire subito e andare in ospedale, s’infila nell’auto ferma, quella che avrebbe dovuto guidare lui, e scatta come un razzo verso il “Fazzi”. Per terra, resta un tappeto di siringhe e fiale che i carabinieri raccolgono chiedendo sacchetti nella tabaccheria.  

Il resto, è storia, il privilegio di aver assistito in presa diretta al lavoro degli angeli in camice rosso. Protagonisti senza volerlo, attorniati da passanti che facevano tacitamente, senza disturbare, il tifo per loro e per il poveretto stesso lì, per terra. In quel momento, nostro padre, nostro nonno, nostro amico. Non sappiamo, ora, quali siano le sue condizioni, ma continuiamo a fare il tifo per lui. E crediamo di interpretare il pensiero di tutti i presenti, scrivendo che noi, che siamo stati testimoni di questo soccorso, siamo grati a chi ogni giorno risponde al  118 e mette la sua anima nelle mani, pronto a lottare contro il destino. In ogni contesto. Per noi.    

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Fonte: lecceprima.it

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