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Il killer fermato col colpo in canna La guerra di mafia a Biancavilla

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CATANIA – Freddato nel suo garage ad Adrano. Lo hanno atteso fino a quando non si sentisse al sicuro e lo hanno ammazzato. Alfredo Maglia non era uno qualsiasi. Era considerato uno dei responsabili del clan di Biancavalla. Insomma uno vertici dei “Mazzaglia-Toscano-Tomasello”. La sera della festa della donna del 2013 il boss è stato ucciso. Il terzo omicidio in poco più di quattro mesi. Prima di lui Nicola Gioco, il 15 gennaio 2014 e appena due giorni prima Agatino Bivona. L’ultima vittima “era vicino ai fratelli Amoroso, in contrasto con il Maglia, mentre Nicola Gioco era nipote di Maglia”. Nicola Gioco prende il posto dello zio nella gerarchia criminale: l’investitura arriva direttamente dal boss Placido Tomasello dal carcere: “… Se il ragazzino se la sente organizza tutto lui…”. Uno scettro che lo ha portato alla morte.

Una guerra intestina ripercorsa dal sostituto pg Angelo Busacca nella sua requisitoria del processo d’appello scaturito dall’inchiesta Garden, che all’epoca ha fermato quella lunga scia di sangue. La Squadra Mobile di Catania ha arrestato il flagranza un killer con il colpo in canna. Pronto ad uccidere. Ma rimettiamo a posto i pezzi del mosaico: definendo scenari e protagonisti della faida. La Polizia, dopo i tre omicidi, ha alzato il tiro e iniziato una serie di serrate indagini con telecamere e intercettazioni. Ed è emersa la “grande fibrillazione che esisteva all’interno del clan – si legge nella sentenza di primo grado – e di come il gruppo si stesse organizzando per cercare di rispondere agli omicidi subiti”.

Il giorno dell’uccisione di Alfredo Maglia, Placido Tomasello ha telefonato a casa della sorelle e conversando con uno degli imputati, Placido Toscano, gli ha raccomandato di non “sbandare”. Per i giudici di primo grado vere e proprie indicazioni su come comportarsi. Dal carcere Tomasello, attraverso i colloqui telefonici, ha continuato a impartire precisi ordini a Giuseppe Maglia e Toscano. “Tutto lo stesso come prima deve camminare”, ha detto. E i suoi interlocutori hanno risposto: “Certo, certo… non deve cambiare niente… no”. Il boss li ha invitati a riflettere a non prendere decisioni affrettate: “State fermi… “.

Nel frattempo però il gruppo ha continuato a cercare vendetta. E sono stati individuati i bersagli: Alfio Ambrogio Monforte, all’epoca viveva a Reggio Emilia, e Vito Amoroso, considerato il principale responsabile dell’omicidio di Maglia. Ed è necessario armarsi. A febbraio 2014 le microspie hanno registrato una conversazione inequivocabile. Protagonista è uno degli imputati: Riccardo Salvatore Cantone. La discussione è interamente incentrata sull’utilizzo delle arme e le relative prove di efficienza: “Meno male che ho procurato un pacco, le cose non erano buone… la cosa non ha sparato, il secondo colpo neanche… sai quelle cose a volte falliscono… quarto colpo neanche, il quinto invece ha sparato…”.

Gli investigatori hanno seguito in diretta (aprile 2014) la progettazione dell’omicidio di Monforte. Ma il progetto è sfumato, perché la preda è rientrato a sorpresa a Biancavllia. Il piano prevedeva di ucciderlo a Villa Celle, dove viveva. Passano i mesi e il mirino si è spostato nei confronti di Amoroso. Il 3 ottobre 2014 le intercettazioni ambientali hanno permesso di far capire agli inquirenti che Roberto Maglia, Salvatore Gioco (fratello di Nicola) e Gaetano Musumeci hanno prelevato delle armi in aperta campagna. In sala ascolto i poliziotti hanno sentito indistintamente esplodere un colpo.

Ma il gruppo di fuoco è stato fermato prima che potesse entrare in azione. “Gli scooter li mettiamo là… ci vediamo verso le otto, nove di mattina, ci vuole uno scooter che ci dice quando esce così in un colpo prendiamo lo scooter e ci arriviamo…”. È scattato un blitz a casa di Alfio Cardillo: grazie a pedinanti e appostamenti gli agenti bloccano Vincenzo Cardillo, che aveva una pistola con il colpo in canna, e Roberto Maglia. Nell’abitazione gli investigatori hanno trovato passamontagna e guanti in lattice.

Il sostituto pg Busacca, dopo aver ripercorso i passi salienti della sentenza del Tribunale, ha chiesto la condanna per tutti gli imputati. Rispetto al verdetto di primo grado il magistrato ha rideterminato pene relative alle contestazioni delle armi “in considerazione della giurisprudenza intervenuta a seguito della decisione del Tribunale”. In conclusione è stata chiesta la condanna di Riccardo Salvatore Cantone a 12 anni di reclusione e 3 mila euro di multa, Vincenzo Cardillo a 15 anni, 4 mesi e 13 mila euro di multa, Alfio Cardillo a 5 anni e 17 mila euro di multa. Chiesta la conferma della sentenza per Placido Toscano e Salvatore Gioco, che sono stati condannati dal Tribunale a 13 di reclusione. Per la precisione Gioco a 13 anni, 6 mesi e 4 mila euro di multa. Nel corso dell’udienza Cantone ha voluto rilasciare alcune dichiarazioni alla Corte: “Ho agito in prima alla paura per quello che era accaduto al fratello e alla figlio della compagna, che erano stati uccisi”. Dello stesso tono la lettera consegnata da Salvatore Gioco ai giudici. Si torna in aula il prossimo 21 giugno per le arringhe dei difensori.


Fonte: livesicilia.it

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