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Cinque Stelle: ritrovare la tecnoutopia di Gianroberto Casaleggio e Grillo. Grazie a Luigi Di Maio che per fortuna ancora crede ancora in una politica diversa

Coerentemente al mio nome rivoluzionario oggi voglio incitare all’azione!

Il Movimento Cinque Stelle non è mai stato e non sarà mai un soggetto politico come tutti gli altri.

Non lo è perché nasce da una utopia immaginata da un visionario esperto di tecnologia sociale, di fantascienza, di Transumanesimo, di ingegneria politica: Gianroberto Casaleggio.

Un magnifico visionario che lavorava con l’Olivetti, quella Olivetti di Adriano che fu un faro di civiltà nel mondo selvaggio del mercato ipercompetitivo.

Una Olivetti che univa sensibilità sociale, declinata come vero welfare avanzato, a produzione di ricchezza. Una fonte di saggezza e gioia per un modello di mondo migliore, più gentile, più accogliente ma non sconfinante con un iperuranio immaginario.

Si produceva ricchezza per la società e la si redistribuiva.

Questa era l’Olivetti prima che Carlo De Benedetti ne biodegradasse i valori e la sua stessa presenza fisica contaminandoli con un capitalismo solo opportunista non più attento all’elemento umano.

E di questa “utopia reale” che si nutrì Casaleggio quando vide, decenni prima degli altri, le possibilità immense (ma anche i pericoli) della Rete.

Governare l’apocalissi con la perentorietà del pragma, danzando sui bit e solcando tecno – onde di opportunità.

Finalmente superare le barriere e giungere alla democrazia diretta, non più mediata da quell’indigesto Pan di Spagna partitico divenuto nei decenni un vero tappo contro la volontà popolare, unica depositaria del potere.

Dall’incontro di Beppe Grillo con Casaleggio è nata la supernova del cambiamento contro cui si è coalizzato il Vecchio Mondo spaventato per la perdita dei suoi immeritati privilegi. Una rivoluzione francese permanente come il nome del filosofo illuminista Jean-Jacques Rousseau ci ricorda.

Grillo è stato il Saturno 5 selenico che ha scagliato nello spazio le Cinque Stelle del cambiamento.

In questo momento difficile per il Movimento, pugnalato alle spalle dal barbaro forestaro padano imbottito di Nutella occorre ravvivare quell’ideale fondante, quella visione strategica unificante che poteva (e può ancora) cambiare il mondo.

Ci si è fidati di vecchie volpi di montagna pur di portare a compimento il programma; con il sorriso e la freschezza dei martiri si è stati colpiti a tradimento.

Ma proprio in questi frangenti si deve ricordare come tutto nacque, perché nacque e perché occorre continuare a combattere perché l’utopia divenga realtà, perché l’arcobaleno ingentilisca la società, perché si possa credere a qualcosa di diverso.

Luigi Di Maio ha contrastato coraggiosamente un avversario scaltro e rotto a qualsiasi mezzo pur di ottenere il potere. Di Maio lo ha fatto lavorando giorno per giorno, con il sorriso sulle labbra, convinto che il lavoro alla fine paga.

La ha fatto con serietà e coerenza, con abilità inconsueta per la sua giovane età.

A Roma, al comizio finale per le Europee, disse: “Non ho santi in paradiso” e lo disse, commovendosi e commovendo la gente, da vicepremier, da ministro e capo politico. Una frase che colpì molti, tra cui io che ascoltavo in una Roma surreale, metafisica, felliniana e un po’ mi ricordò il famoso “Discorso della luna” fatto da Papa Giovanni XXIII in una piazza San Pietro gremita per l’apertura del Concilio Vaticano II l’ 11 ottobre 1962.

Un discorso rivoltò agli ultimi, ai poveri, agli emarginati, ai senza speranza, ai disoccupati, ma anche alla gente comune che a casa “avrebbe trovato qualche lacrima da asciugare”, un discorso per gli umili e non per i potenti.

Luigi ha lavorato in due ministeri e alla Presidenza del Consiglio ed ha guidato il Movimento non perché assettato di potere, ma perché ha creduto e crede in quello che fa. Qualche altro invece stava spanzato al mare, a ballare, a ingozzarsi di cibi spazzatura (a proposito, complimenti per l’esempio salutista), a bere, a violentare il sacro inno di Mameli, per cui i martiri hanno dato il loro sangue, trasformandolo in un obbrobrio tecno.

E la destra nazionalista che fa? Si indigna o si nutellizza i neuroni? E Giorgia Meloni, pasdaran ideologica della destra dura e pura, non ha nulla da dire sullo scempio di quell’inno che rappresenta l’unità d’Italia? O è mameliana a corrente alternata?

“Vesuvio, lavali col fuoco” cantava allegramente Salvini anni fa. Ed ora si presenta a sud a chiedere voti, come se la gente del sud fosse senza memoria, come se la gente del sud fosse senza dignità.

Salvini ha offeso il Sud, ha violato il Sud, ha deriso il Sud. Salvini va scacciato dal Sud.

Salvini sta conducendo un serio attacco ai valori della democrazia e lo fa a volte in maniera subdola con le scorpacciate spanzate ma a volte anche pericolosamente, come quando è entrato in Parlamento con la divisa o quando fa giocare il figliolo con la moto d’acqua della Polizia al mare per poi rifugiarsi italianamente nel noto “papaismo” enotrico. “Sono un papà!” ci dice e apre ad arco le braccia e ride, da vero demagogo. “Che ti ridi? Bell’esempio dai a tuo figlio e a tutta la gioventù!” occorre rispondergli con analoga apertura di braccia.
E poi ci fa la morale sul degrado dell’Italia e degli italiani che lui stesso contribuisce grandemente a produrre.
E bisogna fare grande attenzione perché se non risponderemo con fermezza ora non lo potremo fare mai più.
I farisei dicevano “scaccia i demoni con l’aiuto dei demoni”. E non potrebbe essere che così.

Perché Salvini non ci dice perché il centro – destra e la Lega votarono a favore del Trattato di Dublino?
E perché poi non lo ha voluto cambiarlo quando ha avuto la possibilità?
Forse che se non ci fossero migranti in Italia verrebbe a mancare la sua benzina ideologica?
E cosa c’entra il rosario brandito come un’arma con la compassione cristiana di cui lui è evidentemente sprovvisto?

Occorre gridarle con convinzione queste cose e a chi ci dirà alzando il dito con la bava alla bocca e gli occhi strabuzzati dall’odio “sì, ma c’avete fatto il governo insieme!” risponderemo che allora non c’era altra soluzione e che in un anno tanto è stato fatto per gli ultimi, per chi non ha lavoro, per chi lo cerca, per chi è sfruttato, ma anche pe le aziende sane, per l’ambiente, per l’ecosfera, per l’ecologia reale e quella mentale, per una Italia 4.0.

Abbiamo unto la politica e le istituzioni con il fragrante balsamo della bellezza operosa.
Ad una Italia salviniana dell’odio abbiamo contrapposto una Italia civile della gioiosa fertile produttività sociale.
E citeremo ancora l’illuminante post di Beppe Grillo, quello sulla “coerenza dello scarafaggio”: perché a tutti sia chiaro che la bontà d’intenti non vuol dire ingenuità e guai a chi se ne approfitta.

Questo post deve diventare un manifesto d’azione perché unisce come in uno scrigno tutti i tesori del movimento!

Di Maio ha iniziato a produrre quel cambiamento utopico che un allora oscuro tecnologo informatico aveva immaginato guardando dal suo ufficio in Olivetti a Ivrea, le montagne.

Ma ci sono montagne e montagne. Ci sono quelle benefiche e gioiose in cui nacque il progetto di un Nuovo Mondo e quelle ostili e pericolose da cui è sceso il minaccioso forestaro Salvini.

Forse è venuto il momento di ricordarlo a chi ci considera un gruppo di incompetenti senza cultura, solo perché non capisce che questo non è un partito politico, ma una meravigliosa utopia in Movimento che può cambiare -ancora- la Storia.




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Fonte: silenziefalsita

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