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“Case & Voti”, via al processo per Monosi, Pasqualini e Torricelli. Prosegue in aula bunker

LECCE  – Case popolari assegnate in cambio di voti? È questa la domanda alla quale dovrà dare una risposta il processo iniziato questa mattina nei riguardi di 33 persone, davanti al collegio della seconda sezione penale del Tribunale di Lecce, composto dal presidente Pietro Baffa e dai giudici Bianca Todaro e Silvia Saracino. Nessuno dei politici coinvolti era presente in aula. Tra gli imputati di Palazzo Carafa, c’era solo Giuseppe Naccarelli, 49 anni, di Lecce.

E proprio su richiesta del suo avvocato difensore Luigi Rella (che assiste l’ex dirigente con il collega Francesco De Iaco), il processo proseguirà nell’aula bunker del carcere di “Borgo San Nicola”, in considerazione del fatto che oggi nell’aula Corte d’Assise del tribunale di viale de Pietro non ci fossero posti a sedere per tutti.

Il dibattimento entrerà nel vivo, con la richiesta delle prove, il 24 aprile, e si prevede un calendario fitto di udienze, alla luce del fatto (come ha osservato lo stesso presidente Baffa) che sono ancora in corso misure cautelari nei riguardi di alcuni imputati. Sono ai domiciliari dallo scorso settembre sia l’ex assessore comunale Luca Pasqualini, 47 anni, di Lecce, che il funzionario Pasquale Gorgoni, 63, di Lecce, mentre nei giorni scorsi si è ripreso la libertà l’ex assessore Attilio Monosi, 48 anni, di Lecce, preceduto dall’ex consigliere Antonio Torricelli, 74, di Lecce.

Proprio i tre politici sarebbero stati a capo di un’associazione a delinquere dedita alla corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, all’abuso d’ufficio, corruzione elettorale e falsi in atto pubblico: è quanto cercheranno di dimostrare i pubblici ministeri Roberta Licci e Massimiliano Carducci, titolari delle indagini.

Respinta l’istanza avanzata dall’avvocato di Pasqualini, Giuseppe Corleto, (e alla quale si erano associati tutti gli altri difensori) di escludere Codacons (rappresentata dall’avvocato Cristian Marchello) dal processo.

L’eccezione preliminare sollevata dal legale faceva riferimento a precedenti ordinanze, soprattutto quella dei giudici sul caso “Parmalat”, secondo le quali un’associazione può costituirsi parte civile solo se titolare di un diritto soggettivo idoneo a essere leso dalle condotte illecite contestate all’imputato, con la precisazione che “tale diritto deve concretizzarsi in azioni ed iniziative che siano storicamente e geograficamente connotate e, in più, la cui tutela rappresenti lo scopo specifico dell’ente diventandone elemento costitutivo dello stesso”. E sempre citando la giurisprudenza sul tema, l’avvocato Corleto aveva osservato che lo statuto dell’ente non deve essere generico ed omnicomprensivo ma fare riferimento esplicito a situazioni in cui è prevista una lesione del diritto dell’ente al conseguimento dello scopo per cui si è costituito. In sostanza, secondo il legale, l’interesse leso deve costituire “la ragione stessa dell’esistenza e dell’azione dell’associazione, in quanto scopo esclusivo o prevalente”.

Ma il collegio ha ritenuto la costituzione di Codacons legittima “a salvaguardare la posizione di soggetti le cui aspettative siano state tutelate da percorsi amministrativi che, sulla base di quanto censito nelle stesse imputazioni, sarebbero stati indebitamente deviati al fine di arrecare posizioni di vantaggio, in favore di soggetti non aventi diritto”.

Codacons resterà quindi tra le altre parti civili (con il Comune di Lecce, Arca Sud, e due cittadini, uno dei quali denunciò i presunti abusi, segnando l’inizio del procedimento) come stabilito, lo scorso febbraio, dal giudice Edoardo D’Ambrosio, durante l’udienza preliminare.


Fonte: lecceprima.it

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